Il buco

Scrivere di lutti è difficile se non hai mai avuto un vero lutto; possiamo considerare i lutti di cose, lutti di posti, lutti di persone che non sono veramente morte. Mi sono messa in testa che devo scrivere di un lutto anche abbastanza grosso e difficile e non so veramente perché. Per molto tempo ho pensato che questo fosse, in qualche modo, l’unico sistema possibile per elaborare il mio unico vero lutto (sì, l’ho avuto, anche se quando lo racconto magari potete pensare che no): molti vogliono vedere il proprio animale domestico per l’ultima volta prima di andarlo a posare sottoterra, ma io no, io non lo volli vedere e considero folle la gente che mi ha chiesto, poi: ma l’hai voluto vedere, vero? Figuriamoci seppellirlo. Se non ci fossero stati altri, quel giorno, a farlo per me, lo avrei lasciato lì. Seppellirlo, io! Anche solo vederlo. Quando una cosa finisce di vivere deve sparire all’istante dal mio orizzonte visivo. Non c’è altro modo per venirci a patti. Poi venirci a patti sul serio, bene, quella è un’altra faccenda: sono anni che questa cosa è sparita dal mondo e dal mio orizzonte visivo e si è trasformata in rose, sono certa che in qualche modo lui è entrato a far parte del cespuglio di rose che cresceva sulla cima della scarpata da cui è caduto. Il che se ci pensate non ha moltissimo senso logico, rose sulla cima della scarpata, gatto sul fondo della scarpata: ma che cosa poteva diventare, lui, così parte della mia vita, così vivo e pieno di personalità, così presente in una lunga eppure brevissima stagione dolce e delicata della mia vita, se non rosa nel cespuglio di rose?

In questi giorni penso al lutto e alle sue forme e allora mi sono comprata un libro che si chiama “il buco”, coi disegni che sembrano fatti a matita e coi pastelli a cera; in questo libro c’è una ragazzina che si ritrova con un buco nella pancia e cerca di riempirlo con quello che capita: tutto disegnato a matita e coi pastelli, quando lei prova a riempirlo coi dolci, coi regali, coi soldi, frequentando delle persone, lavorando, impegnandosi. Ma questo buco non si riempie, si allarga: finché a un certo punto la ragazzina si accorge che l’unica cosa che funziona è provare ad ascoltare il buco: restando semplicemente fermi e calmi a sentire, qualcosa sarebbe venuto fuori dal buco. Nei disegni si vedono come piante, rampicanti, ramificazioni. Poi spirali, forme, ghirigori. Ascoltare il buco e capire che grazie al buco sei capace di creare qualcosa. Lasciare che il qualcosa faccia il suo corso: lasciarlo uscire. Fluire. Lasciare che il buco faccia il suo corso.

La bambina poi si accorge che altri, molti altri, girano per strada con un buco nella pancia del tutto simile al suo… e che in qualche modo attraverso il buco ci si può connettere. Dal buco vengono fuori regali, doni dell’uno per l’altro.

È chiaro che al mondo esistono una varietà di lutti; parlare dell’uno per uno scrittore è parlare degli altri, un gatto rosso e felice può lasciare per anni un buco, un luogo/progetto in cui hai creduto fino a farlo diventare il tuo alter ego può lasciare un buco della stessa misura del gatto, interconnessi come sono: l’uno con il nome e la personalità dell’altro. Pensare che quando morì il primo pensai: almeno resta il secondo. Lui da qualche parte continua a esistere: nel personaggio che mi sono inventata, nel posto che ho creato, nel sogno che in qualche modo ho dotato di mura, scaffali, pagine, carta, voci di grandi e soprattutto voci di piccoli.

E invece, un giorno, cadono i muri e resta soltanto il buco.
Ligia all’insegnamento della storia resto ad ascoltare e vedo un rampicante uscire dal buco: rampica, si arrampica, il che mi fa pensare che in qualche modo ci si possa aggrappare.

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Selvaggia

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Mi piacciono le bambine selvagge, capaci di arrampicarsi su un albero e con la fronte un po’ sudata e qualche capello attaccato di traverso. Mi piacciono le bambine con i capelli scomposti.
Riesco a divertirmi moltissimo con loro. Le bambine che preferisco sono quelle con cui ci si può sedere per terra in qualunque posto senza rispetto per i vestiti che abbiamo addosso. Mi piacciono queste bambine perché da loro emana un potentissimo senso di libertà e di derisione delle regole che, come immaginate, è una cosa di cui io mi nutro. Mi domando ovviamente come si può custodire questa libertà preziosissima quando non si è bambine ed è necessario vestirsi e indossare le scarpe e rispondere al telefono anche se non conosci il numero del chiamante e fare una serie di cose da persona adulta. Me lo domando e la risposta alla fine non riesco a trovarla, subisco la quotidianità adattandomi se proprio non mi piace come si adatterebbe un liquido a un contenitore scomodo. Stretto.
Appena posso mi siedo per terra.
La storia della bambina più selvaggia del mondo è tutta piena di verde perché questa bambina aveva verdi anche i capelli e viveva in un bosco verde e celeste di acqua e foglie di giungla.
La bambina si nutriva come un essere selvaggio azzannando i pesci del fiume come gli orsi le avevano insegnato.
Forse posso restare selvaggia anche se devo indossare una serie di maschere e quando uno guarda sotto la maschera e vede questa cosa selvaggia può risultare molto spaventoso.
Ma nella storia della bambina selvaggia è scritto chiaramente che la bambina selvaggia prendeva lo zaino e fuggiva da sola talvolta nei posti più lontani per respirare. Azzannare i pesci del fiume e osservare i pescatori alla Vucciria che tagliano tonni pesanti cinquanta chili con la mannaia, spargendo sangue dappertutto, per lei non fa differenza. Si tratta di una bambina selvaggia che predilige lunghi silenzi e acqua salata. E torna talvolta un cosa del mare o del bosco o della natura come successe quel famoso giorno della giungla quando perfino la stanza si riempì di ragni e di gechi e si sentivano uccelli dappertutto nella notte.
Mi viene allora a volte il sospetto che non si possa vivere una vita autentica se non si è una cosa selvaggia da posare per terra.
Riprendo lo zaino e mi accampo dove capita, e mi tolgo le scarpe e mi fermo i capelli con una pinza di plastica.
Riprendo lo zaino e atterro alle sei di mattina a quattordicimila Km di distanza pensando e adesso? Come diavolo mi è venuto in mente?
Riprendo lo zaino e cammino in un fiume, e abbino i colori spaiandoli apposta, e attraverso scalza il paese col pigiama e gli occhiali per essere la prima a mettere i piedi in mare.
E quando la bambina selvaggia fu portata in città successe un vero macello, quindi perché non dovrebbe succedere lo stesso a me?
Questa bambina selvaggia dotata di sentimenti selvaggi. I mostri selvaggi gridarono Oh, non andartene! Noi ti vogliamo mangiare, così tanto ti amiamo!
Alla domanda se la bambina selvaggia troverà mai un posto in questo mondo si può rispondere in molti modi e io vi dico: stiamo a vedere.
Stiamo a vedere come trova un equilibrio con tutte le cose, anche quelle che possono far male. E anche quelle che scintillano e risplendono come la gemma perduta sul fondo del mare e che portano scritto col punto interrogativo, futuro.
in questo le strade col libro divergono, se è vero che, stando a quel libro, non si può domare una creatura così felicemente selvaggia.

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Il fiore all’occhiello

On air: https://www.youtube.com/watch?v=lj2Ppw2vBnM

Mia zia ha preso casa e Erchie e qualcuno la doveva inaugurare.
Ovviamente tutti sanno che ha preso casa e Erchie soprattutto perché MI ha preso casa a Erchie.

Quando vado a Erchie, non è la prima volta, alla curva precedente alla discesa comincio a sentire voci come di spiriti che mi raccontano e mi parlano di cose. Li sento nelle foglie dei limoni. Nelle ginestre. Allora spengo il motore della macchina accanto alla piccola cappella, mi appoggio sul muretto e guardo dall’alto la spiaggia di Cauco. Solitamente, non è la prima volta, gli spiriti li sento nei gabbiani se è una giornata fortunata, con la spiaggia completamente vuota come oggi.
Nelle onde e nella pelle ruvida dello scoglio, ma soprattutto nelle api, negli insetti e nei gabbiani.

Oggi è accaduta una cosa diversa, che cioè queste voci di spiriti sono state più caute e sommesse del solito, rendendosi come conto di avere più tempo a disposizione, e più calma, e una mia disposizione d’animo diversa. Ci siamo fatti compagnia.

La voce dello spirito è prima di tutto quella del bisnonno Nicola che costruisce la sua casa, adora l’Opera e impara a leggere e scrivere da solo. E con il mandolino intrattiene gli ospiti in salotto cantando e suonando vecchie canzoni napoletane.
Bisnonno Nicola mi attende tra le pietre dei muri vecchi di Erchie che non sono mai cambiati, e sa che intanto che la nostra famiglia cresce e matura e si gonfia e si allarga, per qualche motivo che non è chiaro neanche a noi facciamo un mito della sua vita e del suo faro, e con un certo orgoglio tra le foglie dei limoni sussurra cose che non tutti sanno ascoltare.

Erano trent’anni quasi che non passeggiavo tra le strade piccole di Erchie come una persona che ci abita, oggi l’ho potuto fare, con in mano le buste della spesa e scalza come sempre. Non c’è bisogno di mettersi le scarpe mai, dal momento in cui metto piede sulla sabbia resto poi scalza per tutto il tempo, e mangio il panino scalza, risalgo le scale scalza, attraverso scalza il piazzale della chiesa ed entro scalza in casa e mi poggio scalza sul letto coi piedi che hanno percorso tutto il paese. Il bisnonno Nicola ha pensato per l’occasione di tirar fuori il mandolino dalla custodia, e di raccontarmi com’era l’amore ai tempi dei fiori all’occhiello e delle cose semplici, ai tempi della barca tirata in secca sulla spiaggia e della necessità di un chiaro di luna e del core a core. Ha pensato che fosse il momento giusto.

Il bisnonno Nicola capostipite inconsapevole suonatore di mandolino mi ha ricordato qualora mi fosse sfuggito di come è semplice l’amore in un posto come questo, con la sabbia ancora tiepida e non troppo calda da scottare i piedi, e non così calda da riscaldare realmente la schiena se ti stendi sopra. In un posto semplice e piccolo come questo dove il silenzio è tale che quando torni nel mondo ti sei disabituato nel giro di un paio d’ore. In un posto come questo e in un tempo come questo, che se vogliamo è il tempo del bisnonno Nicola, della giacca del giorno della festa e della barca ferma ai piedi della scala per poter fare le tue commissioni, il tempo di una rosa rossa quando non dovrebbe accadere e di sentimenti buoni e puliti di galantuomini col mandolino. Il bisnonno Nicola sussurra sempre tra le fronde dei limoni ma oggi, oggi sapeva precisamente le parole giuste da usare, perché anche se non sapeva leggere e scrivere, lui imparò, lui imparò.

“Na voce, na chitarra e ‘o ppoco ‘e luna…
e che vuó’ cchiù pe’ fá na serenata!?

Pe’ suspirá, d’ammore, chianu chiano,
parole doce, pe’ na ‘nnammurata…

“Te voglio bene… tantu tantu bene…
luntano ‘a te nun pòzzo cchiù campá…”

Na voce, na chitarra e ‘o ppoco ‘e luna…
e comm’è doce chesta serenata…

‘A vocca toja s’accosta cchiù vicina
e tu t’astrigne a me cchiù appassiunata…

Cu na chitarra e nu felillo ‘e voce,
cu te vicino, canto e só’ felice…

“Ammore,
nun pòzzo cchiù scurdarme ‘e te…”

 

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Too much love to go around

Ho sempre valutato le cose più belle della vita in base a quanto mi fanno venire il mal di pancia.
Infatti mi è sempre venuto il mal di pancia in libreria, sempre, da quando frequentavo la prima Feltrinelli di Salerno nei giorni in cui per qualche motivo si saltava scuola. E mi viene ancora.
Mi viene mal di pancia appena scendo al livello più basso di Feltrinelli e mi ritrovo davanti a quei lunghi scaffali a parete “Autori in ordine alfabetico”. “Autori in ordine alfabetico” è una scritta mia amica, un mare calmo in cui mi immergo. È bella la vita in quel momento a scorrere quello scaffale, più ancora è una cosa che mi dà il mal di pancia, e me lo danno alcune cose precisamente in questi giorni di una primavera assurda e precoce, sono sempre le stesse eppure sono di per se stesse altre. Mi dà mal di pancia la pausa pranzo da sola a Cetara: mentre aspetto che siano pronti gli spaghetti al tonno (“dodici minuti. ci vediamo tra dodici minuti qua”) seguo un percorso tra vicoli alle spalle del mare che prima non ho seguito mai. Non so dove portano: pure è così poco lo spazio che dove vuoi che portino, se non al mare di nuovo. Le facciate delle case sono bianche e i portoni sono color verde Tiffany e sbiaditi e rovinati. C’è una rete da pescatore appesa e un quadro fatto di piastrelle di ceramica dipinta e silenzio e lenzuola stese, per questi motivi tocco il muro come si tocca il tronco di un albero, per sentire qualcosa dentro. E sento che there’s too much love to go around these days, proprio come dice la canzone, se è vero che è impossibile vivere senza quel pezzo di mare che si vede oltre il piccolo porticato, e la brezza e quell’unica barca chiamata: Santa Teresa. A secca, a seccare in spiaggia. E penso there’s too much love to go around se ci sediamo al sole a pranzare a un passo dalla sabbia bevendo vino bianco e raccontando sempre le stesse storie di quando tutti erano piccoli, e la scala che scendevamo ogni giorno per andare alla spiaggia e poi bisognava salirla e allora papà mi portava sulle spalle. Mi siedo con le spalle al fiume e alla montagna di Erchie e alla terra che il mio bisnonno ha coltivato e alla casa che ha costruito con la sua paga di San Francisco una pietra dopo l’altra. Mi siedo senza le scarpe e cammino dentro l’acqua e come sempre ho bisogno di sentire la terra senza filtri e assorbirla con le mani e lasciar parlare gli altri, i miei cugini e gli altri della famiglia che stanno a pranzo sotto il sole delle due soltanto per sentirli parlare.
È obbligatorio voler resistere ma non è neanche possibile resistere quando Simone sta seduto sulla mia pancia, reduce da un altro viaggio nello spazio. Guardandolo con attenzione capisco che i suoi occhi enormi e profondi e sempre un po’ stanchi sono gli occhi della sua mamma, che in un attimo mi sembra la persona più adatta a fare la mamma che io abbia mai visto sulla faccia della terra. In una foto di quando eravamo piccole, la sua mamma sta seduta sulla mia pancia esattamente come lui adesso. Simone mi ascolta con molta attenzione quando gli parlo del nostro viaggio nello spazio. Valutiamo insieme se oggi sia il caso di raggiungere addirittura Marte o possiamo fermarci alla luna per andare a verificare se effettivamente sulla luna ci sono degli altri bambini. Negli occhi di Simone leggo l’incanto di tutto questo che è possibile e reale nel momento stesso in cui gliene sto parlando. Molte cose diventano reali in questi giorni e anche se volessi resistere non potrei non sentirne il rumore di fondo costante che mi vuole strappare a un sonno durante il quale sognavo di continuo di continuo di andare in Giappone.

But it’s best to finish as it started
With my face head down just staring at the brown formica
It’s safer not to look around
I can’t hide my feelings from you now
There’s too much love to go around these days

You say I’ve got another face
That’s not a fault of mine these days
I’m honest, brutal and afraid of you

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del weekend

di Roma

Roma aggrappata alle colline, che ogni volta che ci vado mi metto a guardare. Sfila puntualmente il lungotevere dai finestrini di un’auto, mi ci portano sempre in macchina, e spesso di domenica. Sfilano allora alberi e alberi e un cielo sempre azzurro (l’ho trovata sempre così Roma), e la calma della domenica mattina e quelli che mi dicono “che bello che in giro non c’è nessuno”, e io penso che in giro invece c’è un sacco di gente, figurati quando secondo loro c’è la folla. E poi Roma con i ciottoli bagnati dei vicoli e fiori in vendita dappertutto. E’ una piccola visione da turista la mia; una piccola Roma che sta tutta su una tovaglia a quadretti e un pranzo con il caffè e la passeggiata al sole insieme a mio cugino. Una piccola Roma di cortiletti e pesci rossi, un risveglio e un cielo azzurro oltre la finestra e un gatto che passa pigro tricolore sul muretto e si siede a guardare. Lo stesso, anche se non è reale, mi piace ogni tanto questa Roma che mi porta così lontano da quella patina di tutti gli altri giorni, quella Roma dove mi parlano inglese pensandomi turista, di focaccia e parmigiano.

della tolleranza

che sembra una parola brutta anche se è bella, oppure una parola bella anche se è brutta. Però in fondo perché fare le pulci a una parola che è solo una parola? a me piace di più la parola inclusione, una parola che non dimentica nessuno e suona completa anche nella bocca, che fa il giro delle vocali e delle consonanti e si chiude su se stessa ad anello perfetto. alle parole tolleranza e inclusione io penso quando rifletto su una cosa che riguarda la mia famiglia, su come una persona pensava che rivelare una certa cosa sarebbe stato una tragedia, e invece non lo fu nemmeno per un secondo. E quando mi ricordo di tutta questa storia è l’unica prova veramente tangibile che conosco che l’amore non giustifica nessuna intolleranza e perplessità, cioè noi non siamo stati perplessi su questa persona della mia famiglia nemmeno per un decimo di millesimo di secondo perché siamo, appunto, famiglia. L’amore in qualsiasi forma si presenti include, include, che bella parola e che bel verbo o che bel sostantivo in qualunque forma lo vogliamo prendere.

delle persone e me

di quando intravedo nella folla certe persone che non ho praticamente mai visto e per qualche motivo ho bisogno di abbracciarle, proprio di toccarle. non mi capacito di questa cosa in fondo, io che se posso faccio le cose da sola e che se mi toccano quasi sempre proprio mi infastidisco. ma niente, non c’è verso, ci sono delle cose dell’animo umano che mi sfuggono, e tra questa la mia tendenza a gettarmi con trasporto nelle braccia di sconosciuti che mi sembra di conoscere da sempre, che abbraccio forsennatamente non potendoli mangiare.

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salsedine

Devo essere una creatura marina.
Pure mia mamma ha avuto questo dubbio.
E non è la prima volta che mi dicono che ho i capelli che odorano di mare. E mi chiedono: sei mica una sirena? Ma solo per l’odore. E io ci scommetto. Devo essere un animale marino risalito dalle profondità, una creatura del mare.
Quando mi sento male il mio istinto mi porta verso il mare: sono come uno di quegli animali che vanno a morire là dove sono nati. Non mi chiedo: salgo in macchina e so che la macchina mi sta portando alla prima spiaggia.
E lì, ho il labbro spaccato e gonfio, un fortissimo raffreddore, la testa che mi fa male. E faccio quello che mi viene istintivo fare: prendo l’acqua del mare e la inalo, la mangio anche un po’. E istantaneamente, rinasco.
Il mare scende giù per le vie respiratorie e un po’ giù per la gola e porta via qualcosa di brutto che si era annidato dentro. E io sto meglio. Respiro. Il mare invade lo spazio destinato all’aria e come se qualcosa di miracoloso avesse toccato le mie cellule sento l’energia che ritorna in circolo. È un effetto portentoso e un poco inquietante.
Trascorro accanto al mare trenta, quaranta minuti mentre passano soltanto un paio di vecchietti con due lunghissimi ombrelli in mano e l’acqua nebulizzata e la salsedine mi si depositano su capelli appena lavati. Per forza sanno di mare poi.
Devo essere una creatura marina con la faccia screpolata da un forte raffreddore e un po’ l’effetto miracoloso di quelle gocce di mare che ho ingerito si mescola a quelle che mi corrodono la faccia, le labbra screpolate si curano, e insieme si spaccano, per il sale, e lo iodio, e le cose buone, e le cose aggressive di questo mare. Che è buono e aggressivo.
Deve essere perché sono una creatura marina che quando sono in giro nel mondo degli umani mi sento così fuori luogo. Quando ho tempo libero non faccio altro che andare in giro, e sento come una nostalgia, come un richiamo di qualcosa che mi sto perdendo, di un altro posto dove adesso dovrei essere, come un’urgenza delle cose che devono essere fatte prima che sia tardi e come la necessità di una ricerca e insieme un senso di spaesamento costante. Come quando ero in Argentina e la sensazione di stare dall’altra parte del mondo era proprio fisica, ho passato tre settimane con il cuore a un’altezza diversa rispetto al solito tra lo stomaco il petto e la gola, come incapace di collocarsi perbene a quella latitudine e longitudine. Come avere la sensazione di non toccare mai completamente terra.
È normale avercela la sensazione di non toccare mai completamente terra quando sei una creatura marina. Come pure altre cose, tipo: profumare di mare, avere i capelli alla salsedine, giocare a mettere alla prova, sempre, tutti gli altri esseri umani per capire quali resisteranno e saranno poi in questo modo degni di essere amati. Giorno dopo giorno dopo giorno, così come fanno le creature del mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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propositi

Le mie risoluzioni per l’anno nuovo:

 

ho le idee molto chiare.

penso che prendere il tango come modello di vita dovrebbe funzionare. avessi capito questa cosa anni fa, mi sarei risparmiata un sacco di pensiero inutile. è inutile pensare nel tango, o meglio è dannoso, e non è in alcun modo necessario a che riesca bene. nel tango ho scoperto parole che si possono parlare in un altro modo.
il tango, poi, è libertà. penso di poter reggere, anche solo come ipotesi, l’idea di un anno di totale libertà ancora più estrema e ancora meno condizionata. un anno di libertà invigilata. andando nei posti giusti, parlando con le persone giuste. penso si possa fare. è realizzabile. coi giusti punti di riferimento. e insieme, creare qui, in questo posto che ho creato io, come una fucina di libertà sconveniente per chi ne vorrà approfittare e la riesca a capire. a qualunque costo. poche regole: non ascoltare i consigli di nessuno, non accettare compromessi, non avere paura di niente. ho attraversato nella notte centinaia di chilometri di Pampa nel buio più totale, in inverno, su un autobus riscaldato col wifi rotto e i vetri appannati. posso andare dappertutto.

la libertà

la libertà non è secondaria a niente, non viene dopo qualcosa. tutto quello che mi sta stretto mi sta stretto per questo motivo. dato che da alcune cose non si può essere liberi, è il caso di fingere di esserlo, pur di esserlo. dimenticare la realtà. il tango aiuta anche in questo. quello che non posso cambiare, lo rifiuto. ma il tango non dice no, dice sì, quindi:
quello che non posso cambiare, lo rifiuto costruendo qualcosa di meglio, anche se per finta. facendo finta. è facile farsi aiutare anche in questo: io conosco le persone giuste. è per finta. in questo piatto, quello che c’è dentro è per finta. possiamo volare se facciamo finta. la fata è per finta, devi fingere di dire che ci credi davvero altrimenti la farai morire. la guerra è solo per finta. stiamo facendo finta, non è vero Peter?

il passato

il passato è tornato il giorno della Vigilia di Natale quando per strada ho incontrato delle persone. e in questo momento così pieno di futuro ho dovuto pensare al passato, ricordarlo quando tutto avrebbe dovuto essere più leggero ed era invece infinitamente pesante. Loro, quelli che ho incontrato, sono diversi. Ho passato con loro una lunghissima serata che mi ha lasciato addosso una scia di dolcezza che mai avrei immaginato. Non l’avrei immaginata tutti quegli anni fa quando ogni giornata passata in loro compagnia era un combattimento tra rovi di spine che poi altro non erano che: il mio carattere, il loro carattere, la nostra età, i nostri spigoli grossolani che non potevamo sapere come limare. E invece. Quanta dolcezza e quanta comprensione. E un’altra volta a pensare che per qualche motivo incomprensibile ho trovato le persone migliori in quell’epoca della vita, e le ho cristallizzate in una sfera di poesia nella quale non riesce a entrare nessun altro. Hanno perso qualcosa. Dopo aver parlato con loro per tre, quattro ore, riesco a capire che cosa hanno perso. Uno ha perso l’arroganza. L’altra ha perso l’insicurezza, la fragilità. Ho davanti a me due splendide persone adulte capaci soprattutto di ridere di se stesse in modo intelligente e farmi sentire a casa, come solo puoi sentirti a casa nella sfera di poesia in cui siamo ragazzini e quelli di adesso insieme, e abbiamo insieme quindici e trentaquattro anni.

e così

e così mi riconcilio con il passato. e mi riconcilio con il futuro: perché in qualche modo si dovrà pur avverare un’ipotesi di libertà.

ma resta

col presente no. impossibile riconciliarsi col presente.

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